• Lorenzina Spada

La mia Isola: il racconto di Lorenzina Spada


Chiudo gli occhi per tornare indietro nel tempo, per sentire gli odori antichi, forti come la terra bagnata dalla pioggia. L’odore dei funghi nascosti tra i ceppi, odore di neve falciata dal vento, le bucce d’arancia arrotolate sulla stufa della cucina, odore di nebbia, di legno, di fumo. Oggi ci sono ancora ma non sono più quelli di un tempo.

L’Isola era così chiamata perché era veramente un’isola, tagliata dal resto della città dal Cervetto e dal fiume Sesia. Un rione che è sempre stato povero, ma con la dignità vera della gente povera.

Ha dato anche molte vite alla resistenza durante l’ultima guerra. Nel 1956 vennero assegnate le case popolari, con tanto di inaugurazione da parte dell’allora ministro Amintore Fanfani. Due caseggiati, una chiesa, la “Bela Venesia”, la mitica Olga, dove arrivò il primo televisore che ci vedeva radunati per il Festival di San Remo, Rin Tin Tin, ecc. Il Vintebbio e, ancora, il Pietro “pruché”, il Pino ciclista, al “Ris e Farina”, la fabbrica d’la giada e, in seguito, il bar Clemente e il Ceretti. Due caseggiati che a noi sembravano regge, ottanta famiglie con, a corredo, minimo tre o quattro figli. Purtroppo oggi è venuta a mancare la solidarietà che si trovava nelle famiglie di allora. Fu così che iniziammo un buon percorso di vita.

Cominciammo ad annusarci come fanno gli animali e, da subito, occupammo il campo dell’Oratorio, che era ancora ingombro di assi e cavalletti usati per la costruzione delle case. Furono quelli i nostri primi giochi, l’altalena, l’equilibrio sugli assi; i maschi facevano i giochi più spericolati oppure giocavano a tirare calci ad un pallone di cuoio pesantissimo.

Ricordo che con le amiche ci stendevamo sull’erba del campo a rimirare le nuvole, cercando di scorgere, tra l’azzurro del cielo e il candore simile a panna montata, figure strane di animali o volti che ci sembravano conosciuti.

Per noi, dette allora “femminucce”, anche il cortile con i muretti laterali in cemento, si prestava al gioco della bottega; i mattoni pestati, l’erba, la ghiaia, diventavano miracolosamente conserva, insalata, frutta. Ricordo un’estate, in cui i maschi costruirono una capanna bellissima con le fronde prese dal bosco che tanto ci intimoriva; al di là di esso si celavano i misteri, sentivamo parlare di un grande buco provocato da una bomba dal Pino d’la Basa, una specie di orco: un posto per noi vietatissimo. Anche le panchine della piazzetta hanno avuto una grande storia, quella vicina alla fontanella era delle femmine e ci vedeva nei pomeriggi d’estate giocare a “il I° è mio, il II° è tuo” e così via: facevamo la gara a chi toccasse il più bello, peccato che erano quasi sempre anziani in bicicletta che non capivano i nostri NO urlati con disperazione verso di loro!

La panchina era anche il luogo delle confidenze, una specie di confessionale. I ragazzi occupavano normalmente quella opposta, oppure si sedevano sul muretto (detto “quota 47”) e facevano i bulli per farsi notare.

Il cancello della Villa Guarneri, in inverno con la galaverna, era uno spettacolo e in estate diventava il nostro palcoscenico, incuranti di quelli che, passando, ci guardavano attoniti: giocavamo alle signore con i vestiti, scarpe e borsette sottratti alle mamme.

La strada, il campo ed il cortile erano testimoni del nostro tempo, a merenda una corsa a casa : un panino con quel che c’era, anche la “soma” e via. A volte all’Oratorio ci davano le gallette della POA, ma, per poterle mangiare senza farci cadere qualche dente, le ammorbidivamo con l’acqua della fontanella. Che dire delle mele tagliate a pezzetti e messe su di un asse a seccare da “Frà Custon”? Momenti esilaranti: asse vuoto e una scopa che volava verso di noi e stendeva una gallina (c’erano ed erano rigorosamente ruspanti)!

Un giorno, dopo molte insistenze, riuscimmo a carpire al Padre Rettore il permesso (solo noi femmine) di giocare sul palco del teatro. Avevamo trovato nel sottopalco alcuni bauli con costumi dell’Ottocento: per noi era il massimo e giocavamo alle dame, fu bellissimo, ma durò poco. I ragazzi, non vedendoci in circolazione per alcuni pomeriggi, ci scoprirono e fu veramente un macello: sembrava fossero arrivati i barbari. Margherita fu spinta da un focoso ammiratore su di un divanetto stile veneziano che non resse e gli si stroncarono le gambe, Giulio faceva Tarzan appeso alle corde dei tendoni e ,preso dall’enfasi, finì contro Fra Diego giunto nel frattempo, richiamato dalle nostre urla starnazzanti! Uno zoccolo di quest’ultimo, lanciato contro i vandali, sfondò lo scenario e del teatro non rimase più nulla. Inutile dire che, per parecchi giorni, non rivolgemmo più la parola ai maschiacci.

Alla domenica pomeriggio, c’era il cinema all’Oratorio : I Dieci Comandamenti, qualche western e Le due orfanelle… Quanto piangere! e i ragazzi nella fila dietro che ci tiravano i capelli e si sganasciavano dalle risate.

I mesi che preferivamo erano quelli estivi, perché con le Benedizioni serali (maggio la Madonna, giugno Sant’Antonio e Luglio il Sacro Cuore) riuscivamo a stare fuori un po’ di più, perché, se non c’erano le funzioni, non si usciva la sera.

All’uscita della Chiesa era uno spettacolo di lucciole; se riuscivamo a catturarne una, la guardavamo palpitare nel palmo della mano, ma poi la liberavamo. Di giorno c’erano tante libellule e la gara consisteva nel catturare il “galuciu” o “l’ali caffè”.

Ai lati della via del Benzinone era pieno di more, la strada sterrata le riempiva di polvere, ma gli davamo una sfregata sul vestito (“tut onca al pasa l’angrasa”) e un gusto così non l’ho più sentito. In fondo alla via poi c’era una cascina con una pianta di nasaroli, anche quella era una tappa obbligata. Con l’autunno le uscite si diradavano. Ricordo la sera dei morti: ci si riuniva a casa mia, noi figli, il Gianni Dabbene con la mamma Rosina (per noi zia Bene), la Guanziroli, la Triozzi; non ricordo i maschi, ma, a parte i figli, i papà non c’erano. Era ormai un rito: tutti rigorosamente inginocchiati sul nudo pavimento, mia mamma iniziava a sgranare il rosario e , tra le risatine nostre e gli schiaffi suoi che volavano, intermezzati dai “benda Matri” della zia Bene, si svolgeva la serata.

Sul tavolo c’erano il vino e le castagne per i morti , la cosa mi impressionava sempre un po’; a mio fratello (che dormiva sul sofà del tinello) un pò meno, dato che al mattino avevano subito un drastico calo.

Dalla metà di novembre iniziavano le prove del coro per i canti natalizi: dietro all’altare ci si ritrovava maschi e femmine all’organo con Padre Luigi, ricordo che era un perfezionista, già nervoso di suo. Ma che stonate con la ribalta che gli cadeva sulle mani!

Gli anni passavano e nel 1963, quando avevamo quindici-sedici anni, arrivò Padre Nunzio, un frate giovane, ma soprattutto carismatico. A buona parte di noi che eravamo i bambini dell’Isola, ha aperto la mente con la sua intelligenza, con la sua grande cultura, facendoci crescere con esperienze di vita che ci hanno arricchiti, lasciando nelle nostre menti segni indelebili : la Corsica, l’Austria, campeggi al mare e ai monti, gli Scouts, Salasco, i Router, Tazè, tutte esperienze derivate da una Chiesa che con il Concilio Vaticano II° cercava di aprirsi alla gente.

Padre Nunzio, in quel contesto, fu per noi il traghettatore dall’adolescenza all’età adulta. Fu grazie a lui che, avvalendosi di muratori, falegnami, decoratori (tutti parrocchiani volontari), trasformò la Chiesa, che abbisognava di molti restauri. Originariamente l’abside era illuminata da due piccole finestrelle laterali e l’affresco, che la decorava, rappresentava un gregge di pecore.

Fece costruire da un artigiano della Val Gardena l’imponente e bellissimo Cristo in croce, che fu posto al centro sulla parete bianca senza alcun ornamento. Ancora oggi è meraviglioso. Da qualche anno ci siamo ritrovati ed è come se il tempo non fosse passato: abbiamo recuperato i discorsi interrotti, le amicizie sopite. Lo chiamiamo Padre Nunzio e per lui siamo ancora i suoi ragazzi dell’Isola.

Sono fiera di essere cresciuta al rione Isola e ringrazio tutte le persone che mi hanno accompagnata in questo percorso di vita, perché, se ho custodito questi ricordi, sicuramente banali, ma vivi, è grazie all’intensità con cui li ho vissuti insieme a loro.

Lorenzina Spada

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