L'Isola come luogo dei "molti"

 

 

Questo entusiasmo che sta coinvolgendo gli abitanti del rione Isola non è un fenomeno inspiegabile. Quando le persone sentono di avere dei legami le une con le altre si forma quel sistema di relazioni che possiamo definire “comunità”. Possiamo considerare il termine in un’accezione laica quale “gruppo di persone che condivide elementi comuni: il luogo di vita (abitanti di uno stesso quartiere, di una stessa città o regione, ecc.), l’identità (persone appartenenti alla stessa etnia, che hanno la stessa età o la stessa occupazione, ecc.), la sfera degli interessi o delle affinità (individui che condividono la stessa fede, gli stessi ideali ecc.) o altre circostanze comuni” (approfondimenti). La comunità fa riferimento a dimensioni di relazioni orizzontali (amici, vicini di casa, ecc) e verticali (persone con funzioni, potere e status differenti).

Nel caso dell’Isola l’accezione “comunità” che il Comitato sta proponendo si riferisce proprio a un insieme di persone che vivono un determinato territorio, il rione Isola appunto, al di là delle differenze religiose, di status sociale, delle reti parentali e amicali e della nazione di provenienza. Il luogo e il vicinato sono gli elementi centrali.

Nel momento in cui si crea il “senso di comunità”, o la percezione di appartenenza a un certo gruppo, tipicamente sorgono dei sentimenti specifici: la sensazione di avere influenza sulle circostanze in cui si è coinvolti, la percezione che i bisogni si possano soddisfare con il proprio impegno attivo e con quello degli altri e il sentirsi emotivamente connessi agli altri. È il “senso del NOI”.

Si può notare un effetto anche a livello sociale: aumenta la fiducia, si sviluppano le norme condivise e si intensificano le reti sociali. Tutto ciò è stato definito dalla letteratura economica con il termine “capitale sociale”, una risorsa difficilmente misurabile come il Prodotto Interno Lordo, ma di sicuro impatto sul livello di benessere della popolazione, tanto che anche l’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, ha incominciato a misurarlo attraverso il BES.

Il lavoro di un comitato di quartiere, attraverso le feste, i servizi che attiva, i dibattiti per discutere i problemi, in fondo non è altro che lo sforzo organizzato per sviluppare il senso di comunità sia come obiettivo da raggiungere, sia come strumento per aumentare il capitale sociale degli abitanti.

È un modo di far politica? Se ci rifacciamo alla definizione di “politica” fornita dal dizionario di filosofia Treccani forse sì:

 

“[…] Politica deriva dall’aggettivo greco πολιτικός, a sua volta derivato da πόλις, città. Era il termine in uso per designare ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, dunque allo Stato (πόλις) e al cittadino (πολίτης). Centro e insieme oggetto della politica è la πόλις, […] La città è il luogo dei «molti» (οἵ πολλοί), è anche il luogo che fa di tali molti un insieme, una «comunità» (κοινωνία). Non stupisce allora che la parola πολιτικός («politico») e la parola πόλις («città») condividano la medesima radice πολ- della parola che dice «i molti» (οἵ πολλοί).”

                                                                                       

Se è così si pone la questione: come un comitato può fare politica? Non certo con un movimento di tipo oppositivo “contro qualcuno o qualcosa”, né occupandosi solo dell’utile particolare (il mio cortile, la mia strada). Questo modello è già ampiamente sperimentato e negli ultimi anni ha portato a numerosi casi di conflitto radicale dove il problema non è identificato nella questione da affrontare, ma in quel tal gruppo (mai il nostro) che riteniamo responsabile della sua presenza o della sua mancata risoluzione. Facendo così si sposta il problema sui soggetti (ora certi politici, ora certi gruppi etnici...), lo si allontana da noi e paradossalmente ne perdiamo il controllo. Il lavoro di un comitato di quartiere dovrebbe a mio avviso non muoversi “contro”, ma “per”: per costruire spazi comuni, per connettere esperienze, per allestire una rete di soggetti, per dar voce a chi non ha un canale per esprimerla. Questo spazio web non poteva avere allora titolo più fortunato. La “voce” con cui narriamo la nostra esperienza è la parola che fornisce senso, costruisce, connette. La voce di un’”isola” in mezzo ad altri luoghi, con una loro identità, territori che possiamo raggiungere senza troppe difficoltà. Il mare che ci avvolge è un mare che unisce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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16.5.2017

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