L’Isola come… C come “Case popolari”

6.7.2017

Non lo faccio sempre: per dirla tutta, mi obbligo a non farlo sempre.

Spesso, quando la nostalgia si fa sentire più forte, invece di tirare dritto in fondo a Via Restano per poi svoltare a destra, giro prima a sinistra, passo davanti alla chiesa e al panificio Giambra, percorro C.so Ticino e arrivo.

Via Tracia, cortile, Via D.L. Rossi.

La guida rallenta, fino a fermare la macchina. Vedo le casette per i gatti, a ridosso del muro della Sapri: ricordo perfettamente quando le aveva costruite il Celestino Bertollo, ci sono ancora.

I miei occhi, alterando la realtà, mi riportano indietro nel tempo.

Vedo i garage e mi sembra di scorgere Claudio col suo Caballero e Adriano con la sua Honda, alle prese con qualche modifica. Enzo si affaccia alla finestra del primo piano e mi dice che scende giù a giocare.

Mi sembra di vedere il Valter Celli che carda i materassi, sulla strada davanti alla seconda portina. Tendo l’orecchio e sento cantare l’Angela, mentre stende i panni.

Vedo me da piccola, con tanti bambini. Quanti bambini c’erano in quel cortile! Solo nella scala dove abitavo io, eravamo in 8. Mi vedo con gli schettini nei piedi, sfrecciare sui marciapiedi dove il pavimento era liscio, facendo la gimkana per non pestare la settimana disegnata con i gessi di mattone. I pattini sono legati con lo spago e non li tolgo neanche per fare le scale.

Vedo noi che stiamo allestendo un teatro, fatto con gli scatoloni dati dal Ceretti, un’altra persona indimenticabile. Allestire il teatro per portare in scena le barzellette era uno dei nostri giochi preferiti. Io, la mia amica Simo, il Marcellino e suo zio Roberto eravamo gli attori e sceneggiatori dello spettacolo, il pubblico era numerosissimo e le risate, già nei preparativi, erano la colonna sonora dei nostri pomeriggi.

Un giorno d’estate, mio fratello Pietro arrivò con un pezzo della giostra del Luna Park: era un aeroplano. L’abitacolo era intatto: il volante, i pedali, il cambio. Dondolava perché era fatto per stare sollevato. Non faceva nulla, ma se penso ai film che ci siamo fatti su quel pezzo di giostra rotta: tutti in fila per salirci, e gratis!

Vedo i Carnevali: era usanza travestirci tutti. Casa mia si riempiva di persone che venivano a farsi truccare da mia sorella Luisella, che era bravissima. Faceva invecchiare il Piero Pellielo truccandolo da Geppetto, per guidare il trattore che portava il carro di Pinocchio; nel mentre l’Aldo Massa, vestito da “femme fatale”, aspettava il suo turno e, tra il profumo delle frittelle e zeppole, fatte dalla mamma con l’aiuto di mia sorella Lore, e il profumo del sugo di pomodoro più buono del mondo, fatto dalla zia Bene che abitava di fronte ed era la zia di tutti, io e la Simo calzavamo perfettamente i panni di Ollio e Stanlio.

Vedo le mattine di Natale: tutti a casa di tutti, a giocare e a mangiare biscotti, prima dal Walter, dove la mamma Luciana aveva sempre pronta la cioccolata calda, poi dalla Franca, dove con il Flavio, l’Angelo e più tardi il Tomas inventavamo i giochi più belli, poi a fare gli auguri al Maurizio e al Sandro e a tutti quelli della scala 4, poi su da me, dove c’era già mezzo mondo, ma ci si stava sempre tutti.

Ricordo la nascita del Johnny Giovanni Pellielo, era il fratellino dei miei amici Mario e Angelo, facevamo a gara per tenerlo in braccio. Vederlo ora, sotto la veste di campione, mi rende orgogliosa di appartenere alla stessa terra!

Vedo la Lella - che non c’è più, come il mio Marcellino e tanti di quelli che ho nominato-  la vedo, bellissima con gli occhi color del mare, sento la fisarmonica del suo papà Uber.

Vedo i gemellini, GianCarlo e PierLuigi, possessori di uno dei primi mangiadischi portatili: Montagne Verdi di Marcella Bella si era fuso a forza di suonare ininterrottamente!

Vedo nascere lì la nostra squadra di calcio. Eravamo tutti Juventini (chissà perché) e avevamo un cane di nome Haller.

Ecco, se non mi obbligo a smettere, vedo ancora troppe cose e mi sa che ho esagerato.

Non c’è più nulla di tutto ciò, tante persone non abitano più lì, tante non ci sono più.

Riaccendo la macchina e riparto. Sei gattoni, beati in mezzo alla strada, mi guardano senza muoversi. Sono gli eredi dei gatti di allora.

Accendo la radio, le parole di Vasco mi accompagnano a casa..

 

..Ogni volta che viene giorno

Ogni volta che ritorno

Ogni volta che cammino e

Mi sembra di averti vicino..

 

 

 

 

 

 

 

 

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16.5.2017

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