La conquista delle 8 ore

18.7.2017

Lo Scambialibri chiude per la pausa estiva (dal 24 luglio al 25 agosto 2017) ma non lascia soli i suoi lettori. Ecco per voi infatti un'interessante estratto del libro di Sergio Negri, presentato in occasione della passeggiata di Sant'Antonio alla Cascina Goretti.

 

 

1 giugno 1906

 

La giornata è pulita.

Un sole accecante inonda la città e la campagna circostante. Le risaie rilasciano piccoli nembi di acqua vaporizzata che si smarriscono sfavillando nell’atmosfera.

Fin dalle prime luci dell’alba un folto gruppo di mondariso si è radunato spontaneamente nella piazza principale della città.

Qualche ora dopo, più di novemila persone, in maggioranza donne, giovani e belle, raccolte nelle loro semplici vesti, offerte con decoro all’ispezione dei passanti, e affondate nei loro copricapi di paglia, invadono le vie della città, intonano l’inno dei lavoratori e la canzone delle otto ore e invitano la popolazione a manifestare con loro.

La città risponde con sollecitudine al loro appello. I negozi chiudono i battenti, gli operai delle fabbriche metallurgiche, in sciopero da parecchie settimane, si uniscono alle mondariso e i bambini si raccolgono davanti al corteo e lo accompagnano per tutto il tragitto con allegre danze propiziatorie.

Dopo aver percorso le vie principali della città, la fiumana di persone si raccoglie in Piazza Cavour per ascoltare i comizi dei rappresentanti della Camera del Lavoro e della Lega dei contadini.

Non è un giorno di festa eppure i volti delle donne, già combusti dal sole, svelano un’espressione allegra, quasi giocosa.

“La piazza è gremita di gente, rigurgitanti i portici, piene le vie laterali”, racconta un premuroso cronista testimone degli avvenimenti.

“Sale pel primo sul palco Angelo Fietti, - in rappresentanza della Lega dei contadini - il quale a grandi tratti fa la storia delle presenti agitazioni. Dice le ragioni che militano a favore delle richieste delle mondariso, descrivendo efficacemente quale triste lavoro sia quello della risaia. Protesta contro l’inazione dell’autorità municipale e termina inneggiando alla solidarietà dei lavoratori. Il discorso, spesso interrotto da approvazioni, è coronato da uno scrosciante applauso”.

A questo primo intervento segue quello del rappresentante della locale Camera del Lavoro, Lorenzo Somaglino: “Egli ricorda in quali misere condizioni si trovino le donne dei metallurgici dopo otto settimane di sciopero. Descrive il loro stato d’animo, quando scoprono dell’ingiusto rifiuto degli agricoltori fatto alle richieste delle mondariso di Vercelli fra le quali figurano molte donne degli scioperanti. Invita l’autorità a voler frettolosamente provvedere, perché la fame è cattiva consigliera. E termina raccomandando la calma che è virtù dei forti. Una lunga ovazione accoglie la chiusa del discorso dell’oratore il quale invita poscia i presenti a nominarsi una commissione che si rechi dal sindaco ad esporre le richieste degli scioperanti”.

Appena composta la commissione, le manifestanti si riversano in piazza Dei Cereali, davanti al palazzo municipale verso il quale dirigono a lungo l’invocazione, “Vogliamo le otto ore”.

Il mattino trascorre senza altre novità degne di annotazione.

Il pomeriggio i dimostranti si radunano nel cortile di S. Andrea dove “pare sia convenuta tutta la città di Vercelli”.

Il tipografo Lorenzo Somaglino e l’avvocato Modesto Cugnolio, prima di recarsi ancora in municipio per proseguire l’incontro del mattino con i rappresentanti degli agrari, intervengono per invitare i dimostranti a pazientare ancora per qualche tempo.

“Nel frattempo Angelo Fietti - racconta ancora il cronista – intrattiene per più di un’ora gli scioperanti con una conferenza incitante i presenti a volersi organizzare. Poi, a gruppi di quattrocento si recano cantando in municipio ad aspettare>.

“Ma mentre aspettano, non si sa perché, sono caricati dai soldati e dai carabinieri. Una parte degli scioperanti retrocede ma la maggior parte, conscia di non aver dato luogo a nessuna provocazione, rimane ferma al suo posto perciò i soldati e i carabinieri si ritirano”.

Alle diciassette, da una finestra del Palazzo Municipale, si affacciano due mondariso che con gesti espressivi fanno comprendere ai manifestanti che è stato raggiunto con gli agrari l’accordo per le otto ore di lavoro e 25 centesimi di aumento.

“La folla enorme che ondeggia nella piazza come mare in burrasca – riferisce ancora l’attento testimone – scoppia in un interminabile applauso. Gli scioperanti sono esultanti di gioia per la vittoria raggiunta”. Una gioia inarrestabile che si accresce quando dal balcone si affacciano i sindacalisti Somaglino e Cugnolio e comunicano che il sottoprefetto si è impegnato a risolvere anche la lunga controversia dei metallurgici.

“Dopo questa comunicazione tutti gli scioperanti ritornano nel cortile di S. Andrea, dove è narrato nuovamente da Somaglino e Cugnolio l’esito delle trattative.

“Invano tentiamo di descrivere l’entusiasmo che ha portato questa clamorosa vittoria. Speriamo – termina il redattore – che questa vittoria operaia sia di ammaestramento a quei padroni medioevali che sdegnano di trattare coi loro operai e ai lavoratori ancora una volta insegni che solo coll’unione esiste la forza”.

 

 

 

Questa è la cronaca di una giornata storica. E’ l’approdo, ancora incerto, di un lungo viaggio che ha avuto al suo seguito un bagaglio di fatiche, di sofferenze, di rinunce.

Nel fagotto, quelle donne trasportavano i loro patimenti, le loro tribolazioni, i tormenti di una vita fatta di miserie, di privazioni e di umiliazioni.

E finalmente un canto festoso, esultante si innalza fra le risaie, un canto audace, di accusa e di speranza, un canto che sovrasta l’allegro verso degli animali, che si rimescola nelle campagne inondate dal sole e dalla bruma liberata dall’acqua stagnante.

E’ il canto delle mondariso, il canto di donne forti, coraggiose, che non temono la galera, che sfidano la regia cavalleria, che fronteggiano, con il decoro della povera gente, le malattie, la miseria, le umiliazioni sociali, la fatica di avere la schiena ricurva dalle prime luci dell’alba fino al tramonto.

Non so se è facile a capirsi quanto si intende affermare.

Le mondariso stavano chinate per quattordici, sedici ore al giorno a strappare le erbacce che avrebbero soffocato le piantine del riso.

Queste donne entravano a piedi scalzi nella camera della risaia inondata d’acqua che le faceva sprofondare fino alle ginocchia e, passo dopo passo, la percorrevano lungo tutta la sua estensione con la schiena ricurva. Dovevano riconoscere l’erba da estirpare che non era tanto differente dalle novelle piantine di riso.

Le risaie erano popolate di animaletti d’ogni specie: rane, bisce, topi che erano spinti verso l’argine opposto della piana “invasa” dalle mondine che, quando lo avrebbero raggiunto, sarebbero fuggiti, spaventatissimi, attraverso le loro gambe per non correre il rischio di essere calpestati.

Le zanzare opprimevano la schiena, le gambe, le braccia, il viso delle poverette con i loro pungiglioni appuntiti e velenosi provocando grosse chiazze rosse e pruriginose.

Quando Dio ha creato gli animali, ha voluto ricompensare la zanzara che è stata condannata a vivere in un corpo piccolissimo e ronzante. Forse per questo l’ha fatta resistente, biologicamente semplice, adattabile a ogni situazione, feconda e numerosa come nessun altro essere vivente.

Le risaie sono un’inesauribile bottega di zanzare. Il riso nasce, cresce, convive e prospera con loro.

Il riso: che parola strana. Può essere facilmente confusa con il participio passato del verbo ridere. Ma ridere indica una reazione emotiva, una disposizione all’allegria, alla letizia, alla felicità.

Il sostantivo riso invece suggerisce una graminacea nota in India fin dal 1200 e introdotta in Italia attorno al 1400.

Come documenta il “Libro della spesa” dei duchi di Savoia, però, il riso è venduto a Torino fin dal 1300.

Durante il Medioevo è coltivato negli orti botanici degli Ordini monastici. Sono, infatti, i monaci di Montecassino che, dopo averlo studiato a fondo, hanno selezionato il primo seme per le coltivazioni, avviandolo al successo in Occidente come alimento dalle straordinarie proprietà nutritive.

I vocabolari lo definiscono come una pianta erbacea delle Glumiflore, coltivata sommersa in acqua, di origine asiatica, con fusto glabro, pannocchia con spighette di un solo fiore e cariossidi commestibili. Il riso sbramato indica che è stato liberato dalla lolla, dal suo involucro di paglia. Il riso brillato è trattato in modo da renderlo lucido. La sua etimologia discende dal latino oryza sativa, a sua volta dal greco óryza, che significa di origine orientale.

Il vocabolario usa un linguaggio forte, parla di riso sbramato e di riso brillato; espressioni che sembrano appartenere ai recenti manuali di arte bellica più che alla nobile “Storia naturale” di Plinio il Vecchio che lo descrisse come una pianta dalle foglie carnose.

Il riso è, in ogni caso, il cereale più consumato nel mondo, è un alimento importante nella dieta dell’uomo e della donna moderni.

Forse, quello coltivato oggi, trattiene un po’ di anticrittogamici e di pesticidi, però assicura, nella giusta misura, le proteine nobili, la Lisina, il Triptofano e la Metionina, le vitamine del gruppo B, le vitamine PP, K e E, e infine i sali essenziali come il Potassio, il Calcio, il Fosforo.

Le proteine del riso hanno una qualità superiore a quelle di ogni altro cereale. Contengono gli amminoacidi essenziali al metabolismo umano, è facilmente digeribile, è un equilibratore delle funzioni gastriche e intestinali e tende a regolare la funzione sanguigna.

 

Ma quanti affanni hanno sopportato le persone che hanno curato la coltivazione di quella pianta dal nome un po’ bizzarro.

 

dal libro "Se Otto Ore" di Sergio Negri Effedì Edizioni 

 

 

 

 

 

 

 

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