Le origini dell’Amatori Hockey nelle parole di Piero Rista

Intervistare Piero Rista è stato un mio progetto fin dal giorno in cui l’ho conosciuto lo scorso anno. E’ un personaggio incredibile, dal sapere enciclopedico, un profondo conoscitore della storia del rione Isola, fulcro della storia dell’Hockey Amatori e stella al merito sportivo del CONI. Un uomo, che, a dispetto della sua età, ha ancora una profonda passione per uno sport che ha segnato profondamente la sua vita e la storia del nostro territorio.

Decido quindi di chiedergli un appuntamento ufficiale. Appena gli spiego che vorrei intervistarlo, lui mi sembra subito entusiasta e ci incontriamo a casa sua un sabato mattina.

Appena entrata, gli racconto che mi piacerebbe comprendere meglio la storia della nascita dell’hockey all’Isola, anche perché in genere io e tanti altri a Vercelli identifichiamo l’hockey con l’Isola. Rista però mi chiarisce subito come l’hockey, seppur simbolo sportivo del quartiere, abbia vissuto un percorso di appropriazione degli isolani. E per farmi comprendere meglio questo processo, mi racconta un aneddoto divertente: la gente del quartiere all’inizio non conosceva questo sport, tanto da chiamare la prima squadra “cuj d’ oche”, cioè “quelli delle oche”, per assonanza fonetica del termine dialettale.

Gli chiedo “Parliamo delle origini: si giocava già a hockey a Vercelli prima dell’Amatori?”.

“Certo l’Hockey esiste a Vercelli dalla ristrutturazione degli anni ’30 dello Stadio Robbiano, quando fu creata la pista da pattinaggio. A introdurre e sostenere l’Hockey all’interno della Società Pro Vercelli era stato il dott. Emilio Ara, importante atleta e ciclista e dirigente della squadra, fratello del famoso calciatore Guido Ara. Emilio era stato un pattinatore e promosse la sezione Hockey con grande entusiasmo.

La partecipazione al primo campionato si ebbe tuttavia solo nel 1951, quando entrai io nella squadra. La Pro Vercelli entrò quindi in serie C, ma da quella posizione non si mosse, probabilmente perché i dirigenti dell’epoca non erano molto interessati a questo sport. Inoltre mancava un allenatore qualificato.

Per ovviare a quest’ultima situazione, io, che amavo tanto pattinare, mi spostavo il sabato pomeriggio a Novara, dove c’era il papà di quello Zaffinetti, che ha giocato anche a Vercelli. Il signor Leo, che era il custode della pista in viale Buonarroti a Novara, ci dava un bastone e una pallina e ci allenava.”

“Ma voi non avevate l’attrezzatura per giocare?” gli domando.

“Certo, alla Pro Vercelli avevamo tutto, tutta roba personale, che abbiamo portato poi all’Isola”.

“E come avete iniziato a giocare all’Isola?”.

A questa domanda mi accorgo che sta per iniziare un lungo racconto e mi accomodo meglio sulla sedia. “Questo è il punto. Il Circolo dell’Isola, come associazione cooperativa, era stato ricostituito all’Isola nel 1948, dopo lo scioglimento imposto dal regime fascista nel 1929. Esso occupava una struttura, affittata nel 1949 e costituita da solo tre camere, di cui una fu abbattuta quando realizzammo il passaggio sulla strada. Delle tre stanze una era a disposizione del Circolo, in una era la sezione del PCI e una sarebbe poi diventata lo spogliatoio della squadra di hockey.

L’Amatori è nato per una serie di eventi concomitanti.

Nel 1957 il terreno e la struttura furono acquistate dal Circolo. Io entrai in contatto con i dirigenti dell’associazione (di cui qualcuno era consigliere comunale come Giuseppe Graziano), perché aiutai la mediazione per l’acquisizione della baracca di legno di proprietà comunale, che era stata depositata nel cortile dove avevo la mia officina, in via Guala Bicchieri, dove ora è situata l’Agenzia delle Entrate. La struttura, abbandonata in quanto sostituita in epoca fascista con una struttura in muratura, fu pertanto utilizzata per l’ingrandimento del Circolo. La sua posa all’Isola si vede nelle foto del libro del Suman “Isola. Rione rosso”.

Negli anni ‘60 i dirigenti del Circolo iniziarono a cercare qualche ulteriore utilizzazione di questo spazio, attività che portò alla costruzione dei campi da bocce. In quello spazio inoltre si svolgevano ogni anno delle feste danzanti, o balli a palchetto, per i quali ci si avvaleva in prestito della struttura della sezione del Partito Comunista di Porta Torino. Per evitare l’inconveniente di dover ogni volta installare la pista, all’inizio del 1962 si decise la costruzione di una pista di cemento. Doveva servire sia come un campo da pallacanestro, sia come pista da ballo. La forte presenza nel quartiere di muratori e carpentieri facilitò il progetto e un po’ tutti collaborarono.

Furono realizzati dei quadrettoni alternati rossi e color cemento. Tuttavia, durante la costruzione, si ruppe la betoniera e io venni chiamato alla riparazione, in quanto esperto, considerato la mia officina si occupava già della manutenzione dei macchinari da stampa (Chiais, La Sesia) e delle apparecchiature delle imprese edili locali.

Era stato incaricato di propormi il lavoro un falegname, un bravo artigiano, che, tra l’altro, ci costruì le prime porte da hockey. Quando arrivai sul cantiere, la pista era quasi finita: era stata progettata perché avesse una dimensione di 14x30 metri.

Facciamo ora un passo indietro. In quegli anni si stava consumando una frattura interna a Pro Vercelli: la dirigenza, in forti difficoltà economiche, iniziò a mal considerare la dispersione dell’attività sportiva nelle diverse sezioni e tese ad abbandonare gli altri sport per concentrare i propri sforzi sulla scherma, la ginnastica e il calcio. Di conseguenza trascurò a poco a poco tutte le altre sezioni, a dispetto dei risultati incoraggianti anche ad esempio provenivano dalla sezione Hockey, la quale aveva appena vinto un torneo e varie amichevoli. La situazione precipitò, dopo la nomina di un presidente che forzò questa tendenza: la sezione decise di sciogliersi e i giocatori rimasero senza pista.

Io e Innocenti però non ci rassegnammo a dover trasferirci a Novara. Noi volevamo giocare a Vercelli in una squadra locale. Pertanto ci muovemmo in varie direzioni per poter trovare uno spazio dove allenarci.

In primo luogo ci rivolgemmo al Dopolavoro della Chatillon, che possedeva una pista di pattinaggio. L’allora direttore della fabbrica Tagliavini, dopo vari tentennamenti, si rifiutò di acconsentire alle nostre richieste, adducendo di non voler sottrarre la pista ai dipendenti dell’azienda, che la utilizzavano per giocare a tennis.

Ci rivolgemmo allora all’Enal, ma la pista di questa struttura, in estate, quando noi ne avremmo avuto bisogno, era utilizzata come platea per il cinema all’aperto. Dopo anche questo rifiuto, contattammo i salesiani del Sacro Cuore. Il collegamento era naturale, visto che i salesiani avevano già promosso tutte le grandi squadre venete di hockey (Trissino, Thiene, Breganze, Bassano del Grappa). Il direttore dell’opera salesiana era Don Tomé, che aveva appena acquistato un grande terreno in via Olcenengo e stava facendo costruire delle villette per i parrocchiani. Il sacerdote inizialmente ci prospettò la possibilità di concederci uno spazio e ci tenne un po’ in sospeso, ma poi alla fine preferì procedere alla costruzione delle villette a dispetto del nostro progetto.

Nel frattempo la Pro Vercelli Hockey si era sciolta e i vercellesi furono assenti dai campionati 1960-1961.

E’ naturale che, quando vidi la pista del Circolo, pensai subito di poterla usare come pista di pattinaggio. Quel giorno ero in compagnia del presidente del Circolo Cino Belvisotti, del vicepresidente Giuseppe Graziano e di Mario Suman, consigliere del circolo, che, sebbene fosse il più giovane del gruppo, era una persona autorevole e molto attiva. Innocenti, che all’epoca aveva un’impresa di costruzione di serbatoi per la Montecatini, e io abbiamo immediatamente presentato una proposta e ottenuto il seguente accordo: Innocenti avrebbe fornito tutta la parte in ferro per la pista e io avrei fatto tutti i lavori gratuitamente, in cambio avremmo potuto usare la pista, che però avrebbe dovuto essere allungata di un metro sulla parte misurante 14 metri per essere regolamentare.

Così è nata l’Amatori Hockey” conclude. (continua nel prossimo post…)

 

 

 

 

 

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16.5.2017

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