Le origini dell’Amatori Hockey nelle parole di Piero Rista (seconda parte)

 

(continua dal post precedente…)

“Ma quindi i giocatori della prima squadra dell’Amatori erano quelli di Pro Vercelli?” preciso.

 “Certo” replica “erano i vecchi giocatori della Pro Vercelli, tutti della mia età più o meno.

Io contattai subito il rag. Felice Rossi, che era responsabile della Federazione. Lui venne all’Isola e si incontrò con me, Innocenti, Belvisotti, Graziano e Suman e gettammo le basi della società. Lui ci fece l’iscrizione in Federazione.

Cino rimase solo dirigente del Circolo, mentre Suman fu eletto presidente dell’Hockey, anche se non aveva mai giocato. Abbiamo creato poi anche un Consiglio. Io ero un po’ un factotum, ero allenatore, meccanico per i pattini, costruttore di pattini per i ragazzi”.

Lo interrogo “E le divise erano già giallo verdi?”.

“ In origine le nostre divise erano rosse. Poi siamo passati a maglie bianche Lacoste. Mia moglie ha bordato tutti i colli e le maniche di azzurro. Sono state per molto tempo le nostre maglie, almeno fino al nostro ritiro. Il gialloverde è venuto fuori con Domenicali” spiega.

“ Il rapporto con il quartiere com’era? I giocatori erano scelti tra i ragazzi dell’Isola? Mi pare che anche suo fratello giocasse nell’Amatori, vero?”

Si vede che quando parla del fratello un velo di tristezza attraversa i suoi occhi. “Si, purtroppo non c’è più, ma era anche lui un giocatore, anzi fu lui che reclutò Carlo Costa, un altro isolano.

Un giorno mi disse “c’è un mio amico, della mia età, che esce con me e che gioca al pallone. E’ dell’Isola, è il figlio del Tenca”. Io l’ho convocato e la sera, quando non facevo gli allenamenti, al Circolo gli insegnavo a pattinare. E’ diventato uno dei migliori portieri in assoluto.

Noi giocatori eravamo considerati come dei, tutti volevano pagarti la merenda e moltissimi collaboravano in qualche modo alla riuscita della squadra. Ad esempio c’era la moglie di un certo Formaggio che ci ha fatto i parastinchi, con delle coperte di lana scartate dai militari ai tempi dei partigiani. Un’altra ci ha ricamato le maglie. Nelle trasferte la moglie del Belvisotti ci portava i salami sotto grasso, che noi mangiavamo alla buona. I primi sei anni eravamo una grande famiglia. L’impegno ad esempio di Bianca Suman per la squadra non si può neppure raccontare. Però era tutto a nostro carico: palline, bastoni. Salvo qualche contributo che ci dava il CONI di Prestinari.

Il passaggio in serie C fu segnato dalla questione degli spogliatoi. Io andai con Graziano da un noto imprenditore dell’Isola, che preferisco non nominare, che era contrario alle iniziative del Circolo per la presenza della sezione locale del Partito Comunista . Ma di fronte all’impegno per i giovani che la squadra aveva intrapreso, decise di concedere il contributo di settecentomila lire (non so dire se fu un contributo a fondo perduto o un prestito però). Questa somma, insieme al concorso economico del CONI, ci permisero di costruire due spogliatoi per le squadre muniti di docce e uno più piccolo per l’arbitro”

“Ma anche con il passaggio in serie B vi chiesero altre modifiche?”

“Certo. La staccionata in ferro l’ho fatta tutta io, gli assi intorno li aveva fatti il falegname dell’Isola, quello che ci aveva fatto le porte. Sulla staccionata era obbligatoria una rete che noi in origine avevamo realizzato riciclandone una da pollaio, il genere romboidale che finisce con delle punte, con cui qualcuno si era anche fatto male. Quando la Questura venne a svolgere il collaudo della pista, ce le contestò e con il passaggio in serie B divenne obbligatorio intervenire.

Innocenti nel frattempo era passato alla Pro Vercelli. A causa del superamento dell’età, lui e altri anziani del gruppo erano usciti dalla squadra.

Allora proposi di farmi carico io dell’adeguamento della pista, purché mi fosse comprato il materiale necessario. Quindi nelle sere in cui non facevo allenamento, mi dedicai a realizzare tutti i pannelli quadrati con la rete.

Inoltre un grosso impegno era dato dalla manutenzione della pista, che era coperta di una pastina rossa, che si usurava spesso. Pertanto ogni sabato con Innocenti eravamo stati costretti a ripristinarla con una miscela, che ci aveva insegnato un muratore, a base di cemento e soda Solvay, che diventava subito duro e ci consentiva di giocare già in serata la gara. Ripristinare settimanalmente il fondo era però di un impegno faticoso, pertanto nel 1967 io stesso realizzai i 450 metri di piastrelle presso il piastrellificio Cattaneo, dei cui macchinari curavo la manutenzione. Erano piastrelle bicolori con la parte centrale verde e rossa di marmiglia pressata con una pressa a mano. La nuova pavimentazione ci fu poi venduta a basso costo e fu posata dal Biglia e dal suo socio Leone. Cattaneo fece poi venire un levigatore, che pianeggiò la pista.

La pista fu resistentissima e ancora vent’anni fa circa cercai con Suman di metterla nuovamente in funzione. Le piastrelle erano ancora in buone condizioni, solo che la marmiglia iniziava a emergere dal cemento disgregato dalla pioggia. Giocammo ancora lì sette anni fa con i veterani e sono solo due anni che la copertura venne smantellata, quando si era pensato di convertire la pista alle macchinine, i go-kart. Quando fu rimossa, fu possibile ancora vedere il campo originale, con la base di cemento a quadrettoni e la striscia grigia sul lato che avevamo aggiunto.”

“Quali sono state le persone più importanti nella sua esperienza di giocatore, sia sul campo sia fuori?”

“Per me sicuramente Graziano, che ha dato l’anima per la squadra. Ma anche Suman fu un galantuomo: quando arrivammo in serie B riconobbe di essere troppo impegnato e troppo in vista come partito e lasciò la presidenza della squadra ad Alberto Dragone, il fotografo che pattinava con me alla Pro Vercelli. Fu presidente in B e in A”.

“E della sua famiglia, chi è stata la persona che l’ha più sostenuta?”

“Mia moglie sicuramente. Lavava le divise, puliva i pattini. Veniva a tutte le partite e si portava mio figlio, che a un anno dormiva durante le finali sulla panchina a Bologna. Tutta la famiglia mi sosteneva e anche quella di mio padre, visto che giocava anche mio fratello. Mio figlio ha giocato poi nella Rotellistica in serie B.”

“A un ragazzo di oggi consiglierebbe di giocare a hockey? E perché?”

“Glielo consiglierei sicuramente. In questo sport, come in molti altri, si impara la vita: c’erano momenti negativi ma si imparava sempre qualcosa, come convivenza civile, regole e una certa disciplina che da adulti sono molto utili. Ma è difficile spiegare come era all’epoca questo sport qui all’Isola. Era una famiglia”.

“Qual è il più grande insegnamento che ha ricavato dall’hockey?” lo incalzo.

“ Ho imparato che certe volte bisogna rinunciare a qualcosa. Io non ho rinunciato alla mia grande passione di giocare e ho perso tutto quello che ho perso nell’hockey. Oggi ammetto di aver sbagliato a lasciare l’Amatori, ma mi piaceva troppo giocare”.”

“Ma perché temeva che l’Amatori le riservasse un posto marginale?”

“No, nell’Amatori avrei potuto fare quello che volevo come dirigente. Ma non avrei più giocato. Nella Rotellistica, che ho fondato io, ho potuto giocare fino a cinquant’anni. Quando me ne sono andato eravamo già tutti anziani e nel 1966, quando siamo passati in serie A, io avevo voluto lanciare una squadra tutta del rione come prova. Ma tutti i genitori premevano perché giocassero i giovani e noi abbandonassimo il gioco. Io avevo in mano tutta l’attività all’epoca e abbandonai tutto”.

 “Non le manca giocare a Hockey?” gli domando.

Lui fa una pausa lunga prima di rispondermi. Nei suoi occhi vedo per un momento un lampo, la passione che riemerge. Mi risponde con tono dimesso “Certamente che mi manca pattinare, ma è come quando mi hanno detto che avevo il diabete e io ho smesso di guidare. Purtroppo per vivere bisogna accettare delle limitazioni. Mi manca e mi vengono le lacrime agli occhi, se penso ai vecchietti dell’Isola, che ci hanno sostenuto, a gente che non sapeva neppure pronunciare il nome di questo sport”.

 

 

 

 

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16.5.2017

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