S.Antonio, la Parrocchia dei giovani: il racconto di Padre Nunzio

Gia’ durante gli anni di teologia, avevo sentito parlare del convento-parrocchia dell’Isola di Vercelli e se ne parlava come di un ultimo posto della grande provincia francescana piemontese. Da alcuni anni avevo chiesto al Padre Provinciale di poter andare in missione e finalmente un giorno mi chiamò e mi disse :”Mi hai chiesto più volte di andare in missione e io voglio accontentarti. Domani sera partirai per il convento di Sant’Antonio all’Isola di Vercelli : lì potrai fare il missionario”.
Dopo un attimo di delusione e di sbigottimento, ricordai quel che negli anni precedenti avevo sentito dire di quel povero conventino e proprio questo motivo smosse la mia curiosità e la mia voglia di fare e ne fui contento. Si era nel mese di gennaio ed il freddo era pungente. Scesi dal treno che già era buio e mi avviai verso quel rione chiamato “l’Isola” al di là della ferrovia. Dopo aver percorso nella semioscurità la lunga strada non asfaltata che attraversa tutto il rione, giunsi alla Chiesa.
La guardai e vedendola così povera con le finestre rotte ergersi sulla nuda terra senza alcun marciapiede né protezione, mi parve una fanciulla povera che nell’oscurità e tra la nebbia chiedeva di essere difesa e provai una grande tenerezza che in breve si trasformò in amore.
Il primo incontro con i giovani fu quasi uno scontro : non avevano avuto buoni rapporti con il frate che era loro parroco poiché in un mese di maggio, mentre celebrava le Sacre funzioni , loro, numerosi e vivaci com’erano, giocando nel piazzale antistante la Chiesa disturbavano i fedeli e così lui aveva avuto la brillante idea di chiamare la polizia. Fu una rottura insanabile. Ecco perché da una parte erano curiosi di vedere questo nuovo frate giovane, ma nello stesso tempo intendevano mantenere un certo altero distacco per cui, arrampicatisi sul muretto di cinta del conventino, si sedettero in cima guardando all’interno con risatine ironiche.
Li vidi dalla finestra e uscii nel giardinetto: li guardai e dissi loro di scendere che non era segno di educazione sbirciare da quella posizione l’interno di un cortile.
Nessuna risposta e nessun movimento. Ripetei con più energia la stessa richiesta e uno di loro mormorò a voce bassa di ringraziare l’abito che indossavo altrimenti……
Lo udii e con un moto tutto giovanile me lo tolsi invitandolo a scendere che lo aspettavo. Infatti scese, venne verso di me, e io lo guardai avanzare: indossava una tuta blu e in una frazione di secondo pensai che fra pochi minuti sarebbe ritornato nella sua officina per un duro lavoro che forse avrebbe portato avanti per tutta la vita.
Provai subito per lui una grande tenerezza e gli tesi la mano sorridendo. Mi diede subito la sua, la strinse forte e da quel momento diventammo amici “Ciao Gianni B.”.
Fu la Parrocchia della mia giovinezza e dei giovani.
Quanti giovani ! Quante cose ! Scuole serali, squadre sportive, partite, nuotate al Sesia, gite in montagna, preghiere, Vespri alla sera della domenica quando ritornavano dai loro divertimenti. Con quanta passione si imparavano i nuovi canti religiosi in italiano e anche in lingue straniere e con quanto interesse si preparava la liturgia rinnovata dal Concilio Vaticano II.
Lavori in Chiesa, in Oratorio, programmazione delle vacanze, campeggi per le ragazze, viaggi per i ragazzi. Taizè, campi di lavoro in Austria, Corsica, spettacoli musicali e teatrali, riunioni serali e il giornale Isola Nostra.
Come dimenticare cari Lorenzina, Gisella, Margherita, Laura, Peppino, Anita, Mauro, Mario, Carlo, Pietruccio, Giovanni, Giorgio, Marco, Piercarlo e Gianni D., proprio tu : ti ricordi quando mi confidasti che la scuola di indirizzo tecnico che stavi frequentando non ti piaceva ? Mi dicesti che eri portato alle materie letterarie e pedagogiche e concludesti con un sospiro rassegnato :”Purtroppo sono già all’ultimo anno”. Conoscendo la tua intelligenza e le tue capacità e con un po’ di sicumera giovanile ti dissi: “Cambia ti aiuterò”.
Mi ascoltasti e nel luglio di quello stesso anno superasti brillantemente l’esame di abilitazione magistrale e dopo alcuni anni diventasti il più giovane direttore didattico d’Italia.
Caspita ! Potrei continuare per pagine ancora, ma credo che nessuno si offenderà se non troverà il suo nome sulla carta perché sa che sta scritto nel mio cuore.
Così come tanti adulti indimenticabili, il falegname Andrea, il muratore Jobi ( Eusebio ), l’Aldo Massa che rinnovò la chiesa e con il Socamal andarono in pieno inverno in Alto Adige a procurarmi il grande Gesù e la Madonnina che stanno nella Chiesa e la cara Ernesta della Bela Venesia, un grande cortile di gente povera, sempre pronta a darmi una mano nelle mie difficoltà e, quando arrivavano ospiti a qualsiasi ora, era lì a fare il risotto per tutti e l’Uber che mi creò un complesso musicale che portò aria nuova in tutta l’Isola.
E l’U., quel bambino che cresceva solo nella parte superiore del corpo mentre le sue gambe s’inarcavano sempre di più. Portato da validi professori di varie città, la risposta fu sempre quella:”Niente da fare: è affetto da una specie di nanismo, sarà perfetto nella parte superiore e difettoso nelle gambe”.
Non mi sentivo convinto e un giorno, d’accordo con Giovanni lo zio del bambino, lo portammo da quel grande amico che avevo a Mortara, il traumatologo professor Peruzzini. Lo guardò e ci disse :” Faremo un intervento di ingegneria chirurgica, ma subito|”
E sul foglio ci tracciò il disegno di come avrebbe operato. Telefonammo ai genitori che vennero immediatamente e si fidarono, Gli interventi, prima in una gamba e poi nell’altra, furono realizzati al meglio. Lo rividi che aveva sedici anni, più alto di me: stava giocando al pallone ed era perfetto.
Ora sta bene, mi sto commuovendo troppo e intendo chiudere qui.
Benedica il Signore tutte quelle persone che ho amato e che mi hanno ricambiato con il loro affetto, con le loro opere e con i loro consigli.

Padre Nunzio De Agostino
Tratto da “Il Profumo dei tigli”

 

 

 

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16.5.2017

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